Inglesismi: l’importanza di conoscere bene una lingua per parlarla il meno possibile
“Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo, e nient’altro.” (E. Cioran)
Con queste parole Emil Cioran, uno dei massimi filosofi, saggisti ed aforisti del XX secolo, spiegava come l’identità di una nazione sia a conti fatti mantenuta tale solo a patto di salvaguardare il suo idioma, idioma che è al tempo stesso il riflesso e l’origine del modo di essere oltre che della cultura che rappresenta.
Partendo da questo assunto negli anni Venti, agli albori del secolo scorso, il dialetto andava spesso di pari passo con atteggiamenti provinciali, di chiusura nei confronti di ogni termine straniero; oggi, esattamente cent’anni dopo, spiace però constatare che accade l’esatto opposto. I quotidiani ed i blog del nostro Paese sono letteralmente invasi dai cosiddetti inglesismi o anglicismi, privi di qualsivoglia freno o controllo, rendendo il più delle volte la lettura difficile persino a chi con la lingua di Shakespeare ha una notevole dimestichezza.

Leggendo un quotidiano, può infatti succedere al giorno d’oggi di trovare un termine come tier al posto di “graduatoria, livello” oppure come prom e party al posto di “ballo di fine anno” e “festa”. Un articolo di cronaca piuttosto recente, pubblicato su una delle principali testate giornalistiche nostrane, spiegava come sempre più lavoratori del Nord, originari del meridione, abbiano deciso di tornare ad abitare nelle loro città natali grazie alla comodità data dallo smart-working (o “telelavoro”, appunto): nulla di male in ciò, se non fosse che chi aveva scritto il pezzo aveva definito questi lavoratori come south workers, più un neologismo che un inglesismo questo, anche piuttosto infelice in quanto South (“Sud”) è un sostantivo ma che in forma di aggettivo diventa southern.
Più in generale, non si capisce il voler adoperare a tutti i costi questi anglicismi per spiegare parole anche comuni, legate a concetti semplici. Chi vi scrive è ovviamente un cultore della lingua inglese, ma da italiano dico che bisogna osservare il giusto mezzo; in tempi migliori, prima di essere accettato, un termine straniero doveva essere accuratamente valutato dall’Accademia della Crusca, ente preposto al vitale compito della tutela della lingua del nostro Paese, nonchè ultimo baluardo della cultura a cui rivolgersi nei momenti di maggior incertezza.
Di solito passavano prevalentemente parole un po’ intraducibili come cyborg o computer ; ad oggi invece l’Accademia, la stessa che si può fregiare di aver da poco accettato termini o espressioni come “petaloso”, “scendi il cane” e “siedi il bambino” per ragioni di simpatia o praticità, pare non aver niente da dire al riguardo. Un piccolo bagliore di speranza è giunto solo di recente da Mario Draghi che, pochi mesi dopo essersi insediato come Presidente del Consiglio, ha esortato con una certa preoccupazione la stampa nostrana a non infarcire eccessivamente gli articoli di termini inglesi.
Il risultato di tutto questo, purtroppo, è ancora più grave e non si limita alla mancata comprensione del contenuto: imbastardendo ogni giorno la nostra meravigliosa e ricchissima lingua, si rischia infatti di far disimparare l’Italiano agli italiani stessi, sempre meno in grado di pensare a termini di media difficoltà come “ostentazione” o “sfoggio” (anziché show-off ), o che finiscono per storpiare malamente parole come “bandito” (dal verbo “bandire”) in “bannato” (“bandito” in Inglese si dice banned ).
Come detto in apertura, Il linguaggio è dunque l’anima di un popolo, il suo unico vero tratto distintivo e coesivo. A quanti riconoscono a Dante prima e a Manzoni poi il merito di padri della lingua italiana, c’è chi risponde con una certa ironia che sia stata la televisione ad aver compiuto la vera opera di unificazione del nostro paese; in realtà l’una cosa non esclude l’altra, giacché proprio grazie allo strumento di comunicazione di massa per eccellenza, si è potuta diffondere efficacemente una lingua così ben elaborata da questi autori nelle loro opere.

Non bisogna poi dimenticare che l’Inglese è una lingua nata per essere sintetica, dove moltissime parole possono avere più significati diversi, cosa che consente il suo famoso humor, basato tutto sui giochi di parole; la nostra invece è una lingua per sua natura ricca, forse la più ricca in assoluto, che possiede un preciso termine per ogni cosa o situazione.
In definitiva, studiare Inglese al giorno d’oggi è fondamentale ed il non saperlo comporta la pressoché totale esclusione da una società fortemente globalizzata; integrarsi, però, non equivale a dimenticare la propria identità né le proprie origini, inoltre non è pensabile consolidare la conoscenza di una seconda lingua sopra le fondamenta di un’altra se queste non sono solide: ecco dunque l’importanza di un docente che non sia solo qualificato e preparato nella lingua di destinazione, ma che conosca a fondo entrambe le culture; che sia cioè in grado di fare loro da tramite, al fine di produrre una comunicazione al tempo stesso funzionale e brillante.
Se volete maggiori informazioni sui servizi che svolgo come docente di Inglese, contattatemi.

Alessandro Devivo, docente bilingue laureato a Ca’ Foscari e certificato dal Trinity College of London, da diversi anni insegna privatamente oltre che presso aziende e scuole di lingue l’Inglese in tutte le sue varianti (business English, IT English, etc.).
